Agricoltura sostenibile tra Italia e Israele

“L’uomo è ciò che mangia”. Il motto sul cibo più citato di sempre, dalla sua stesura nel 1861, fino ai giorni nostri.

Oggi più che mai, questo aforisma deve esserci da monito. Il filosofo ritiene, infatti, che il cibo sia all’origine della società, del pensiero, della religione e, persino, delle differenze culturali e di classe, eppure questo gioca una ruolo, se possibile, ancora più importante nella società di oggi, in quanto ci ricorda che siamo un corpo. Un corpo che si deve rapportare con gli altri esseri viventi, con i territori e le risorse naturali che lo circondano. Oltre a far parte delle scelte che ogni individuo quotidianamente compie per contribuire al proprio benessere psicofisico, l’alimentazione ha effettivamente delle importanti ripercussioni anche sull’ambiente e sul clima.

E’ ormai fuor di dubbio che l’impatto dell’industria alimentare sull’ambiente abbia una portata non trascurabile. Un recente rapporto dell’ONU sui cambiamenti climatici, presentato a Ginevra lo scorso 8 agosto dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, ha fatto chiarezza circa la stretta correlazione esistente tra i cambiamenti climatici e la salute del suolo e, quindi, del sistema agroalimentare. La perdurante relazione tra produzione agricola e cambiamento climatico costituisce oggi un complesso circolo vizioso: se, da un lato, l’aumento delle temperature farà diminuire la produzione agricola, il continuo sfruttamento di nuove terre per le attività agricole comporterà un aumento di gas serra nell’atmosfera. Dallo studio dell’ONU emerge, infatti, che un terzo delle emissioni di CO2 sono prodotte proprio dall’industria alimentare, in particolare dagli allevamenti intensivi che, se considerati singolarmente, producono il 14,5% delle emissioni totali. In alcune parti del mondo, l’aumento delle temperature permetterà senz’altro un aumento della produttività agricola, ma a livello globale, spiega lo studio, questa sarà ridotta, per la desertificazione, l’erosione delle coste e l’innalzamento dei livelli dei mari. Con maggiori concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera, inoltre, le qualità nutrizionali delle piante peggioreranno e l’industria agroalimentare dovrà trovare delle soluzioni anche a questo problema. Per tutte queste ragioni i prezzi del cibo tenderanno ad aumentare sempre di più. Gli autori della relazione denunciano, poi, le forti contraddizioni che caratterizzano il sistema agroalimentare attuale: mentre 2 miliardi di adulti sono obesi o in sovrappeso, vi sono 820 milioni di persone che patiscono la fame e il 30% del cibo prodotto annualmente viene sprecato. Moltissimo è ancora il lavoro da fare e numerose saranno le nuove sfide da affrontare.

Tuttavia, nonostante un generale panorama così sconfortante, è possibile nutrire ancora qualche speranza e, a tal proposito, tanto il modello italiano quanto quello israeliano hanno parecchio da insegnare agli altri Paesi. Numerose, infatti, in entrambi gli Stati, sono le esperienze positive legate all’agricoltura sostenibile e, certamente, vale la pena che queste siano rese note in modo da diffonderne la pratica anche altrove.

Proprio nella sfida climatica, con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto, l’agricoltura italiana (come dimostrano le elaborazioni di Coldiretti e Fondazione Symbola) emette il 46% di gas serra in meno della media UE-28, e fa decisamente meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%). E’ importante, poi, sottolineare che l’Italia crea il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi in Europa (0,48%), inferiore di sette volte rispetto ai prodotti francesi e di quasi 4 volte di quelli spagnoli e tedeschi. Con 64.210 produttori biologici il nostro Paese è campione del settore, seguito da Spagna (36.207) e Francia (32.264). E, nonostante la modesta estensione, è sesto al mondo per ampiezza delle superfici a biologico (1,8 milioni di ettari).                                                                                               

La forza della agricoltura italiana, che è di intensità tale da rendere il Paese uno dei protagonisti della sfida climatica, affonda le sue radici principalmente nello stretto legame che essa ha con il territorio. Si tratta di un aspetto che contraddistingue il sistema italiano da sempre e che è veicolo, ancora oggi, di molteplici valori di natura non solo ambientale, ma anche sociale ed economica.

E’ altresì evidente che in agricoltura la ricerca gioca un ruolo di fondamentale importanza, tanto nella tutela delle specie vegetali esistenti, quanto nell’investimento volto a implementare la preservazione del terreno. Leader indiscusso a livello mondiale in questo settore è sicuramente Israele che, negli ultimi 5 anni, ha investito più di 600 milioni nella ricerca agricola. Fin dalla sua origine, Israele si è distinto dagli altri Stati per lungimiranza e capacità di trovare soluzioni creative. Ciò ha permesso al Paese di rendere fertile una regione arida e fortemente colpita dai cambiamenti climatici. Un simile successo è dovuto, in primis, alla ormai diffusissima pratica dell’irrigazione a goccia che è applicata nell’80% delle colture israeliane, mentre rappresenta solo il 25% delle pratiche di irrigazione, in altre parti del mondo. A questo si aggiunga l’incredibile capacità di sfruttare le energie rinnovabili - su tutte quella fotovoltaica - la diffusione delle coltivazioni idroponiche senza suolo, la solarizzazione del terreno, il riutilizzo delle acque reflue anche urbane o, ancora, la fecondazione artificiale delle vacche da latte, tutte tecniche ormai consolidate nella tradizione agricola israeliana.

Significative sono, peraltro, anche le più recenti innovazioni sviluppate in Israele in campo agroalimentare e che sono state presentate in occasione di Agrisrael 4.0, evento pensato per mettere in contatto startup innovative israeliane nel settore agri-food con aziende e partner internazionali. Una delegazione italiana ha partecipato a tale evento al fine di approfondire le innovazioni che Israele sta sviluppando nell’ottica di avviare una collaborazione tra i due Paesi. Il fine ultimo comune a tutte le recenti innovazioni consiste nell’aumentare la redditività dell’agricoltura in modo sostenibile, utilizzando meno risorse e preservando, così, l’ambiente. Non solo a parole, ma anche con i fatti Israele dimostra, così come ha sempre dimostrato, di essere un passo avanti rispetto agli altri Paesi per quanto concerne l’innovazione in campo agro-alimentare. Basti pensare, a titolo esemplificativo, all’ideazione di rivestimenti commestibili per allungare la vita dei cibi deperibili proteggendoli in questo modo da eventuali contaminazioni. O, ancora, i biosensori sviluppati contro l’insorgere di batteri o le piattaforme commerciali basate sulla tecnologia blockchain (software in grado di raccogliere e analizzare ogni istante di vita degli animali così da garantirne lo stato di salute).

Insomma, una collaborazione permanente tra Italia e Israele, in campo agroalimentare, risulterebbe decisamente virtuosa, nonchè coerente con la prospettiva, adottata di recente dagli esperti di ambiente dell’ONU, del “clima visto dal mio piatto”, motto sul cibo che si auspica diventi tanto inflazionato quanto quello ideato nella seconda metà dell’800.